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La storia di “Niguarda”

Un giorno di febbraio, come tanti, gli italiani si sono svegliati e qualcosa era cambiato, profondamente. Tutti noi ci siamo trovati di fronte ad una situazione inaspettata e improvvisa. In Italia era arrivato un nuovo “nemico”, il Coronavirus. E come accade con tutte le cose non conosciute, si è fatta largo la paura dell’ignoto. Il timore per un pericolo che non si vede, l’ansia nell’avvicinarsi agli altri, le notizie, spesso confuse che affollano la quotidianità.

Paure e ansie che hanno attraversato anche le mura del nostro ospedale, del nostro “fortino” (tanto per continuare con l’ormai abusato parallelismo bellico), con le quali abbiamo dovuto imparare a convivere da subito. Paure e ansie che però non hanno paralizzato, ma hanno avvicinato e unito.

Fin di primi istanti dell’emergenza, tutto il Niguarda ha dimostrato una grande capacità di reazione, rispondendo in maniera attiva e responsabile. Per poter coordinare le azioni necessarie, pianificare le strategie e gestire le diverse priorità, da fine febbraio è stata istituita una Unità di Crisi aziendale. Confronti quotidiani, più volte al giorno, 7 giorni su 7, con la Direzione Strategica e le diverse figure a rappresentare tutte le aree interessate dall’emergenza, sanitarie e non.

Tutti gli operatori di ogni area si sono misurati con qualcosa di difficile e nuovo, con un grande spirito di collaborazione e di responsabilità. Si andava dove c’era più bisogno, imparando cose nuove, mettendosi al servizio degli altri. Alcuni hanno dovuto fare i conti con carichi di lavoro maggiori, con condizioni appesantite dall’utilizzo di dispositivi di protezione indossati per lungo tempo, con ambienti nuovi e soprattutto con una patologia sconosciuta e che obbliga ad un approccio molto diverso con il paziente e con la sua famiglia. Ma hanno resistito, trovando la forza nella consapevolezza che fosse la cosa giusta da fare.

Ringrazio tutti loro per aver consolidato e rafforzato l’identità di Niguarda, che, pur modificando parzialmente la sua mission, è rimasto anche in questa circostanza un “Grande Ospedale”, il Nostro “Grande Ospedale”. L’emergenza non è ancora finita e non sappiamo quando effettivamente tutto sarà passato, ma ci auguriamo che questa esperienza e questo tempo decisamente terribile e nuovo ci aiutino a disegnare un futuro altrettanto nuovo.

Marco Bosio – Direttore Generale

NIGURDA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Tra giovedì 20 e venerdì 21 febbraio la Lombardia si è improvvisamente trovata al centro di quella che in pochi giorni sarebbe diventata una delle più gravi emergenze sanitarie degli ultimi anni: la pandemia da coronarivurs. Un’infezione virale sconosciuta, tranne che per la sua evidente velocità di diffusione, ha rapidamente cambiato la vita di tutti.

Il Sistema sanitario e gli ospedali in prima linea come il Niguarda hanno dovuto in poche ore valutare, pianificare e attuare una serie di interventi per cercare di far fronte all’avanzata del virus.

Dalla fine di febbraio il nostro ospedale è andato incontro a cambiamenti e “rivoluzioni” quasi quotidiane. Ogni giorno, per i primi mesi, venivano modificati percorsi, aperti nuovi reparti, chiuse attività, trasferite unità operative, adottate strategie nuove sulla base dell’evoluzione dell’epidemia. In poche settimane sono stati più che raddoppiati i posti letto di terapia intensiva: tra ristrutturazioni di aree dismesse e riconversione di altre strutture, nei giorni del picco dell’emergenza erano operativi 5 reparti di terapia intensiva dedicati all’assistenza di pa-zienti con grave compromissione respiratoria, e circa 10 reparti per le degenze, con livelli di assistenza diversi (da sub-intensiva a “post-covid”). Quasi 400 posti letto in tutto che, con una progettualità “a fisarmonica”, potevano essere aumentati in caso di necessità.

Il Pronto Soccorso si è “raddoppiato”: in poche ore i professionisti sono riusciti a creare due percorsi completi e separati per assicurare la necessaria assistenza e sicurezza dei pazienti.

II laboratorio di analisi in poche settimane, lavarando 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, è arrivato ad esse-re la struttura nazionale ad effettuare più tamponi al giorno per la diagnosi dell’infezione.

Se l’ospedale ha saputo dimostrare questa enorme capacità di reazione lo deve prima di tutto agli uomini e alle donne del Niguarda, che hanno dimostrato non solo professionalità e competenza, ma soprattutto disponibilità, dedizione, responsabilità e spirito di squadra.

Le equipe di reparti diversi si sono unite, tutti si sono messi a disposizione, chi impegnato più direttamente “sul campo”, chi a supporto affinché insieme si riuscisse a far fronte a quello che all’inizio è stato un vero e proprio uragano.

L’opinione pubblica ha spesso utilizzato per loro le parole “eroi”, “angeli”….sono arrivate dimostrazioni di affetto e di stima inaspettate. Gesti concreti e simbolici per dire loro: “noi siete soli”. Tutto questo ha certamente contribuito a trovare nuovi stimoli e forze per andare avanti. Nonostante la fatica, la paura, la precarietà, il senso di impotenza, di minaccia per sé e per i propri cari. Perché non si tratta di eroi o di angeli, ma di persone e di professionisti.

Prima del covid e anche dopo il covid.

Dal 20 febbraio al 2 giugno 2020 a Niguarda sono stati assistiti oltre 1.100 “pazienti covid”.

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