
Vivere a Niguarda in tempo di Covid. SI SALVI CHI PUO’
Verso la fine di febbraio, inizio marzo (ma era già in giro da parecchio) questo virus ha iniziato lentamente a prendere possesso degli spazi ospedalieri. Niguarda, pian piano, ha mutato forma e natura di molti reparti per far spazio a persone colpite dal virus a differenti livelli di gravità, dalla terapia intensiva fino al post Covid; ma soprattutto ha iniziato a prendere possesso di spazi interiori di ciascuno di noi: domande, dubbi, pensieri, preoccupazioni, paure … dapprima in maniera leggera, a volte scherzosa, forse per esorcizzare o forse perché non era chiara la portata del disastro. Ma poi, man mano che i contagi crescevano, portando con sé sofferenze e morte, la leggerezza è quasi completamente scomparsa….
Pian piano i reparti (molti, non tutti) hanno chiuso l’accesso a cappellani e all’assistente spirituale, forse per la fatica iniziale a reperire DPI in quantità sufficiente per proteggere tutti, forse anche per limitare il contagio o forse perché considerato bisogno non prioritario in momento di emergenza… Risultato: molti, troppi sono morti soli, senza la possibilità di un conforto spirituale…
Molto hanno fatto e continuano a fare medici, infermieri, oss… ma forse qualcosa è mancato.
Il mio lavoro in hospice è sempre continuato senza mutare di natura ma solo nei tempi: ho fatto la scelta di diminuire le ore di permanenza in struttura, per limitare il più possibile la probabilità di essere latrice di contagio a colleghi e pazienti; la struttura è infatti ‘restata pulita’, come si dice in gergo tecnico, cioè non ha avuto pazienti positivi e neppure, per un certo periodo, operatori contagiati dal virus.
A questo si è aggiunta la presenza accanto agli operatori di due terapie intensive Covid, dove il lavoro è stato duplice: passare tempo con gli operatori, in momenti strategici della giornata: smonto dalla notte, pranzo, cambio turno, vestizione e svestizione… ascoltando le loro riflessioni, i loro vissuti, le preoccupazioni. Inoltre, un paio di volte a settimana, raggiungo telefonicamente una parte delle famiglie dei ricoverati in queste terapie intensive, con lo scopo di monitorare il loro stato emotivo: semplici chiamate nelle quali si ascolta la risposta alla domanda “come state, come sta?” dando spazio allo sfogo emotivo di chi vive attendendo la telefonata quotidiana del medico che aggiorna sullo stato di salute del proprio caro. E attorno a questa attesa organizza le giornate, l’intera esistenza, chiusi dentro, isolati, spesso in quarantena.
In alcuni casi intere famiglie sono state colpite dal virus: chi aveva un fratello ricoverato in un ospedale e un genitore in un altro; chi aveva entrambi i genitori ricoverati in terapia intensiva, e un fratello in un altro reparto e viveva solo in casa, fortunatamente in compagnia del gatto… in attesa che qualcosa di questo terribile incubo potesse lasciar intravedere almeno una piccola luce per qualcuno i loro. Ragazzi minorenni a casa soli e affidati alle cure di un parente prossimo perché entrambi i genitori erano ricoverati; bimbi che si son visti portare in ospedale prima il papà e poi anche la mamma, quest’ultima fortunatamente per un tempo molto breve. In quelle telefonate raccolgo molte lacrime, molte paure… qualche speranza, molte preghiere… insieme alla gratitudine per il lavoro fatto per loro e per il loro caro ricoverato, sempre certi di essere in buone mani e di non essere lasciati soli.
Grandi professori universitari, medici, sacerdoti, persone semplici, lavoratori, figli, genitori, mogli, mariti, nonni, amici, compagni, italiani e stranieri, giovani, adulti, anziani, questo virus non ha risparmiato proprio nessuno! Spesso gli operatori raccontavano con imbarazzo e con dispiacere che non avevano modo di ‘occuparsi’ della persona che era ricoverata, come erano soliti fare nella normalità, ma solo dell’aspetto clinico: un po’ per troppo lavoro da fare, un po’ perché sarebbe stato troppo pesante emotivamente, un po’ perché, pazienti sedati e intubati, sembravano aver perso volto umano…
Ma bastava poco: la fede appoggiata accanto al letto, un biglietto con i saluti della moglie e dei figli dettato telefonicamente e posizionato dall’operatore in modo che, se e quando il paziente si fosse svegliato avesse potuto vedere che non era solo e abbandonato; o ancora, al momento della morte una preghiera sussurrata nel silenzio, una carezza che ha sfiorato la mano anche se coperta e protetta dal DPI. Lo sguardo a cercare lo sguardo attraverso caschi, visiere e mascherine.
Ciascuno ha sempre cercato di fare il meglio, ma questo ha voluto dire cercare di integrare le necessità lavorative e professionali con la propria umanità, fatta di paure, assolutamente lecite e comprensibili, di infettare, di infettarsi… in ultima analisi della morte, propria o dei propri cari. Si, perché questo virus si è portato via molti, tanti, troppi. Ogni persona reagisce alla paura in maniera differente. A volte si scatena l’istinto di sopravvivenza che travalica ogni altro pensiero. A volte l’istinto di protezione per i propri cari costringe a fare scelte di lontananza dolorose, rese tali ancora di più quando, rientrando da turni estenuanti e a contatto con sofferenza e morte inconsolabili, ci sarebbe stato il bisogno di un abbraccio entro cui rifugiarsi, il poter giocare con i bimbi, con i propri figli… una serata di chiacchiera con un buon amico. Ma non è stato possibile. A volte scatta il bisogno di proteggere se stessi, di trovare un luogo, una nicchia dove poter immaginare che il virus non entri e poter restare tranquilli.
Esseri umani. Chi è steso nel letto e chi se ne prende cura. Uniti da questa comune appartenenza. Ciascuno con una storia, la propria storia. Che a volte ha avuto bisogno di essere narrata e chiedeva orecchie e cuore che ascoltassero. A volte non è stato possibile … ma ancora quelle storie, quelle di chi se ne è andato e di chi è restato, professionista o parente, o conoscente… chiedono con forza di poter essere ascoltate. Per dare aria a quelle ferite – perché di ferite si tratta sia per gli uni che per gli altri – prima che si infettino, si incistino e portino un male diffuso ancora più grande e più profondo.
Dice Papa Francesco: «Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo».
Paola Musi
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