StoriaAvanzini2

“Per diciotto mesi ho accompagnato Andrea, il mio più caro amico ammalato di cancro, alle visite mediche effettuate da numerosi specialisti in diversi ospedali, dai più grandi e rinomati a quelli più piccoli e vicini al suo domicilio. Questo percorso lungo ed accidentato, come quello di tanti malati di cancro, è stato per me, cardiologo clinico ospedaliero, un’insolita ma formidabile esperienza di formazione medica sul campo. Durante le visite mi sono sempre seduto al fianco del mio amico, dall’altra parte della scrivania rispetto a dove sono abituato a stare durante la mia usuale attività in ambulatorio. Da quella posizione privilegiata ho osservato ed ascoltato tanti medici di fronte allo stesso paziente e ho capito ed imparato tante cose.

Ad ogni visita Andrea arrivava in un crescendo di ansie, timori, speranze ed attese che erano percepite e considerate da alcuni medici ma ignorate da altri, lasciando così il mio amico insoddisfatto, deluso, talvolta ferito.

Ricordo bene, al termine di una delle prime visite, la determinazione di Andrea a non seguire le indicazioni terapeutiche suggerite per il semplice motivo che la dottoressa non lo aveva degnato di uno sguardo per tutta la durata della visita. Dietro il suo PC, in effetti, aveva esaminato in dettaglio tutta la documentazione clinica, aveva raccolto con scrupolo tutte le informazioni necessarie e, poi, aveva indicato la terapia da seguire. Fuori dallo studio il mio amico continuava a ripetere: ‘Come può avermi capito questa dottoressa, se non mi ha mai guardato negli occhi?’. Confesso di avere avuto molta difficoltà a convincerlo a seguire i consigli ricevuti.

Nelle tante visite che sono seguite abbiamo incontrato medici ed infermieri dalle grandi capacità professionali ma che, purtroppo, non sempre hanno ascoltato con la pazienza che ci si aspettava, o scelto le parole giuste o, semplicemente, sorriso…

Pochi giorni prima che Andrea ci lasciasse, guardando l’etichetta sui flaconi degli ultimi due farmaci antineoplastici che gli erano stati prescritti mi ha colpito il loro costo: 23.105,60 euro per un mese di terapia! Ho pensato allora al costo di uno sguardo o di un sorriso e al beneficio che potrebbero avere, anche solo per far accettare una terapia e farla assumere con regolarità.

Quanto tempo noi medici dedichiamo nell’ambito del nostro aggiornamento professionale agli aspetti psicologici e relazionali del nostro lavoro? Quanto spazio è previsto nell’iter formativo dei nuovi medici allo studio della relazione medico-paziente?

Io mi sono laureato in Medicina e specializzato in Cardiologia senza aver mai seguito un insegnamento di Psicologia e non ho mai avuto alcuna occasione di seguire un corso dedicato a questi aspetti nell’aggiornamento post-laurea.

È possibile che debba aver imparato la grande importanza di uno sguardo o di un sorriso sulla pelle del mio miglior amico alla vigilia della pensione?”

Inverigo, 25 settembre 2020

DOTT. AVANZINI FAUSTO

 

Andrea era sostenitore della nostra associazione e ogni Natale partecipava al nostro concerto. La sua dolorosa esperienza di malattia ci ha coinvolto direttamente ma non è stato solo il nostro affetto per lui che ci  ha spinto  a voler fare conoscere a più persone possibili la sua storia. La testimonianza del Dottor Avanzini, scritta nella duplice veste di amico e di medico, non è infatti solo il racconto di un caso umano ma è la denuncia chiara ed equilibrata di un  problema che anche oggi affligge gravemente la sanità italiana, quello dell’incapacità di molti medici di instaurare con il paziente un rapporto relazionale terapeuticamente efficace.

Per molti medici e, nella fattispecie per molti oncologici, tutt’ora comunicare coincide con l’informare anche se le scienze psicologiche ci hanno da tempo dimostrato che informare e comunicare siano in realtà due processi differenti. Mentre il primo non richiede un rapporto emotivo tra medico e paziente, il secondo, per essere efficace, non può prescindere da un coinvolgimento emotivo ed affettivo tra le parti. Ciò è comprensibile se si considera che la malattia rappresenta per i pazienti, prima ancora che un problema di scelte razionali di diagnosi e prognosi, un problema che riguarda le emozioni, l’angoscia e la confusione che devono essere fronteggiate.

Ma le abilità comunicative non sono abilità innate, esse devono essere apprese come appresa deve essere la consapevolezza di quando e come usarle.  Sicuramente il loro sviluppo richiede al medico una buona capacità di osservazione, di accoglienza dei bisogni e delle paure del malato, di ascolto empatico e di un buon uso, durante la comunicazione, non solo del messaggio verbale ma anche di tutta una vasta gamma di segnali non verbali. E’ il guardare negli occhi il paziente e regalargli un sorriso, quello che Andrea sfortunatamente non ha avuto.

E d’altra  parte, come sottolinea con amarezza il dottor Avanzini,  ancora oggi come in passato il corso di studi delle Università di medicina italiane non è strutturato  in modo da fornire ai medici un tipo di formazione, quale è quella in ambito psicologico, oggi indispensabile. La storia di Andrea non è unica, è una tra le tante storie di pazienti a cui è stato negato il proprio status di persona e la possibilità di  un’alleanza terapeutica con il proprio medico.  E’ anche la storia di quei medici, speriamo sempre meno numerosi, che incapaci, volontariamente o meno, di cercare una visione del malato il più ampia possibile, ritengono che sia sufficiente, per essere un buon terapeuta, avere  una competenza clinica sempre più specialistica. Ma come bene dice  il professore Alessandro Padovani, ordinario all’Università di Medicina di Brescia, con cui concordiamo  pienamente:

“Paradossalmente si potrebbe dire che non ci servono specialisti di altissima competenza “tecnica”, se hanno perduto la dimensione fondamentale della relazione medico-paziente. Una relazione che impegna l’uno e l’altro a livello personale, nella complessità del loro essere uomini e quindi anche nella complessità biologica del malato, che ha diritto di essere visto e considerato nella sua unità oggettiva e soggettiva.” (tratto dal Notiziario dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Brescia n° 368 Maggio-Giugno-Luglio 2013)

E’ un insegnamento  che le cure palliative hanno fatto proprio da tempo. Ci auguriamo che questa visione che mette al centro il malato e non la malattia, diventi col tempo patrimonio comune di tutti i medici.

 

La storia del Dott. Avanzini è un esempio lampante di come anche i più pronti si ritrovino impreparati. Siamo invece certi che il nostro progetto Hospice Diffuso sia la risposta all’inesperienza di alcuni medici nell’affrontare il fine vita, sostienilo.

 

donaora

 

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