M. è un uomo di 51 anni HIV positivo e HCV positivo con numerosi ricoveri durante gli ultimi anni per infezioni di diverso genere. Avviata valutazione di trasferimento in Hopsice per un decadimento delle condizioni generali, sepsi e dubbia encefalopatia epatica. A una prima visita il paziente risulta soporoso, gravemente rallentato e in grado di mantenere l’attenzione per pochi secondi. Comunque lucido e coerente nelle risposte anche se molto limitato nell’eloquio.

A una seconda visita si riscontra un miglioramento neurologico globale: attualmente vigile, orientato e lucido. Risponde a tono alle domande aperte. Nega dolore, dispnea e stipsi. Durante la conversazione M. verbalizza la consapevolezza di essere in una fase critica e di avere bisogno di cure complesse. La sorella del paziente è informata della severità della prognosi e concorda con la scelta di obiettivi di cura orientati alla palliazione e alla qualità della vita.

Segnalata la difficoltà della madre del paziente ad affrontare la situazione e la presenza della nipote adolescente da supportare nel percorso di consapevolezza. Si conferma la scelta di proseguire l’assistenza presso la struttura aziendale Il Tulipano.

La degenza di M. in Hopsice è molto più lunga rispetto alla normale media dei pazienti ricoverati. Le sue condizioni sono però altalenanti: al suo arrivo in Hospice M. sembra essere a un passo dalla morte. Durante la sua permanenza nella struttura il suo stato psico-fisico migliora sensibilmente, per poi entrare nuovamente in un lento processo di decadimento generale. Il percorso musicoterapico si sviluppa lungo un periodo di tempo decisamente più ampio rispetto alla consuetudine, anche se la precarietà delle condizioni del paziente fa sì che ogni seduta venga percepita come unica e irripetibile.

L’analisi di questo caso si basa su alcuni momenti importanti che hanno creato e caratterizzato questo percorso terapeutico.

Seduta n° 2 e n° 4

(…) Il paziente è allettato, preparo la strumentazione e mi siedo alla sua destra. Oltre al solito stereo ho portato un ocean drum. Mostro lo strumento a M. e lo appoggio sulla sua pancia. Lui è incuriosito e accogliente. Gli dico che può suonare il tamburo mentre ascoltiamo il brano che vorrei proporgli. Gli dico che può percuotere la pelle, strusciare le mani sopra di essa o anche non suonare. Propongo al paziente di ascoltare “Soldier of Fortune” dei Deep Purple. Il viso di M. si illumina. Dice che è la sua canzone preferita. Ascoltiamo il brano e insieme percuotiamo l’ocean drum. Le mani di M. non sono più prensili, così colpisce la cornice dell’ocean drum come meglio può e a volte struscia le dita sulla pelle. Io un po’ lo imito e un po’ percuoto lo strumento. È un momento gioioso in cui vige un entusiasmo quasi infantile. M. ha molta voglia di parlare. I due brani successivi sono più che altro un sottofondo ai suoi racconti. Durante gli ascolti il paziente continua la sua produzione verbale, sembra un po’ sovreccitato. Ha voglia di esprimersi, come a tirare le fila di un’intera vita. M. dice che gli piacerebbe leggere il testo tradotto di “Soldier of Fortune”, così prima di uscire gli prometto che sarà mia premura farglielo avere (…).

(…) M. comincia il suo racconto. Parla per circa mezz’ora e io lo ascolto in silenzio. Dopo un lungo discorso arriva al “dunque”. Dice di essere preparato alla sua morte, che ogni momento può andare bene nonostante la paura. Riflette su cosa ci possa essere dopo la morte e decide che sia meglio credere in qualcosa, forse nel paradiso: “Dopo tutte queste sofferenze spero di andare in paradiso”. M. confessa di essersi rovinato la vita con le sue stesse mani, dice che ormai è inutile stare a rivangare il passato, che può fare molto poco nel “qui e ora”, poco per il futuro e niente per il passato. Mentre parla noto che il suo respiro è affannato, così gli chiedo se ha voglia di fare un’esperienza di rilassamento concentrandosi sul respiro. Prendo l’ocean drum e gli dico che questo strumento imita il respiro del mare. M. mi osserva e si lascia cullare dal suono dell’ocean drum. A un certo punto aggiungo la voce, faccio qualche vocalizzo per poi cominciare a cantare “Soldier of Fortune”. La sua canzone. M. riconosce subito il brano. Durante il ritornello scandisce le parole insieme a me, si commuove e accoglie questa coccola sonora (…).

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Soldato di ventura (testo della canzone)

Ti ho spesso raccontato storie

sul modo in cui

io abbia vissuto da sbandato

aspettando il giorno

in cui avrei preso la tua mano

e ti avrei cantato delle canzoni,

poi forse avresti detto:

Vieni, sdraiati con me, amami

e sarei certamente restato.

Ma mi sento invecchiare

e le canzoni che ho cantato

riecheggiano in lontananza

come il suono

di un mulino che gira.

Penso che sarò per sempre

un soldato di ventura.

 

Tante volte ho viaggiato,

ho cercato qualcosa di nuovo

nei tempi passati,

quando le notti erano fredde

ho vagabondato senza te

ma ho pensato che in quei giorni i miei occhi

ti hanno visto vicina,

nonostante la cecità confonda,

è chiaro che tu non sei qui

ora mi sento invecchiare

e le canzoni che ho cantato

riecheggiano in lontananza

come il suono

di un mulino che gira

penso che sarò per sempre

un soldato della fortuna.

Sì, riesco a sentire il suono

di un mulino che gira

penso che sarò per sempre

un soldato di ventura.

Analisi dei protocolli

Il testo della canzone riportato è un’ottima sintesi artistica della vita del paziente. M. ha un passato da tossicodipendente. Autodistruzione e rapporti di dipendenza hanno caratterizzato la maggior parte della sua vita. M. si presenta come una persona affabile, fragile e con un lato infantile molto spiccato. Il suo estremo bisogno di comunicare verbalmente e di raccontarsi sembra scaturire sia da una reale voglia di condividere sia da un’incapacità di vivere e comprendere a pieno le proprie emozioni. Esternare verbalmente sembra essere un’alternativa al silenzio e alla riflessione introspettiva.

Come musicoterapista ho accettato la modalità comunicativa di M. e ho cercato di variarla introducendo elementi musicali. La canzone dei Deep Purple parla di un uomo che ha vissuto una vita da sbandato, spesso ai margini, coltivando la speranza di trovare un’amante amica, forse una madre perduta. La canzone è permeata da un senso di solitudine profondo. Uno sguardo retrospettivo, l’invecchiare e la mancanza di qualcuno con cui condividere le propria vita sono il terreno da cui questa canzone nasce. Una canzone che insieme ad altre echeggia nella vita dell’autore come a testimoniare la sua vera natura.

Quando M. capisce che il brano proposto è “Soldier of Fortune” reagisce come se ritrovasse una vecchia amicizia. La scelta di questa canzone per me è stato un tentativo: ho sentito un’estrema affinità tra le emozioni suscitate in me dal paziente e le immagini scaturite dal brano in questione. L’improvvisazione che nasce durante l’ascolto è un momento molto intenso e positivo. M. si impegna molto, cercando di suonare l’ocean drum nonostante le sue evidenti difficoltà nell’utilizzare le mani. Il mio intervento è sia di rispecchiamento sia di supporto. Percuoto la pelle dello strumento seguendo l’andamento della canzone e imito alcuni movimenti del paziente. L’improvvisazione non dura più di qualche minuto. M. ha un tocco piuttosto leggero sullo strumento e alterna momenti in cui va a tempo con il brano a momenti in cui segue un ritmo tutto suo. Quello che noto è una certa concitazione, una volontà tesa al riempimento sonoro che esclude la presenza di pause.

Il modo di suonare del paziente in un certo senso riflette la sua incapacità di abitare il momento presente in modo calmo e riflessivo, accettando anche il silenzio. Questa propensione di M. al riempimento è un elemento fondamentale nello sviluppo della relazione terapeutica. Come musicoterapista ho dovuto affrontare diversi punti di domanda: come relazionarmi a un paziente che usa in modo continuativo il canale verbale? Quale ruolo ha la musica all’interno delle sedute? Potrebbe avere senso approcciarmi al paziente in modo più direttivo?

Per rispondere a tutte queste domande sono partito dall’ascoltare il paziente: M. ha bisogno di raccontare e di raccontarsi. Parlare di sé, dei suoi vissuti o di altro, è sia una difesa sia un modo per entrare in contatto con la sua emotività. Il fatto di avere qualcuno che lo ascolti è per M. di fondamentale importanza, soprattutto adesso che sta cercando di tirare le fila della propria vita. Imparare ad accogliere questo suo bisogno è stato il primo grande passo per entrare in relazione con lui. A questo punto l’elemento musicale diventa un collante, un filo conduttore, un sottofondo, un contenitore. A volte ho provato una certa frustrazione nel constatare che per M. fosse più importante essere ascoltato piuttosto che lavorare con la musica. Mi sono accorto che il paziente è entrato in relazione prima con la persona e poi con il musicoterapista. Concentrandomi sull’ascolto del paziente e sull’accogliere i suoi bisogni, ho abbandonato l’ansia legata al dover fare per forza musica. Proprio grazie a questa posizione ho potuto introdurre e concordare con M. interventi musicali mirati e pertinenti.

L’esperienza di rilassamento appena citata ne è un chiaro esempio. L’affanno respiratorio di M. mi spinge a proporgli un canale alternativo di comunicazione e di condivisione. La mia è solo una proposta scaturita dall’evidente difficoltà del paziente nell’eloquio. Quello che avviene durante la mia improvvisazione è estremamente emozionante. M. si concede un momento di pausa mentre canto, accompagnandomi con l’ocean drum, la sua canzone preferita: è questo per me un modo di riconoscere al paziente l’appartenenza di questo brano alla sua storia personale.

Seduta n°6

(…) La rabbia è un nuovo argomento tra di noi, così chiedo a M. se si sente arrabbiato. Lui dice di non esternare spesso questo sentimento ma che in realtà è arrabbiato, soprattutto adesso che sta per morire. M. si commuove. Si dà la colpa per la sua condizione ma questa volta lo fa con una punta di rabbia verso se stesso. Aggiunge che si sente solo e in questa affermazione io avverto la solitudine della malattia. Non piango ma mi commuovo con lui.

M. riprende a parlare e questa volta mi sento d’intervenire quando fa una pausa. Gli chiedo se ha voglia di suonare. Lui mi guarda un po’ stupito ma accetta. Appoggio l’ocean drum sulla sua pancia e io prendo la chitarra. M. suona in molti modi diversi nonostante l’evidente difficoltà a utilizzare le mani. Struscia le dita sulla pelle, la percuote, batte sui bordi. Io accompagno i suoi gesti usando una tecnica di rispecchiamento. Suono la chitarra e la percuoto imitando i movimenti di M. sia in modo sincronico sia alternato. L’intensità della produzione sonora di M. aumenta e io lo seguo in questa dinamica ascendente. Gli accordi che uso sono tutti maggiori: re, do, sol, la. Lentamente la tensione diminuisce, il volume e la frequenza dei colpi di M. si abbassano fino a che lui alza le mani dicendo: “Basta”. Appena tolgo lo strumento dalla sua pancia M. mi ringrazia, dice che gli è piaciuto suonare, che si è impegnato e che si è scaricato (…).

Analisi del protocollo

Di solito il paziente ha un atteggiamento controllato e placido, per questo mi sorprendo quando emerge dal suo racconto un sentimento di rabbia. Sento che questa potrebbe essere una possibilità per esplorarlo insieme, così gli chiedo di più a riguardo. Mentre M. parla, il suo livello energetico ed emotivo aumenta: interpreto questa come un’occasione per sperimentare un’espressività altra dalla parola.

Anche in questo caso il mio intervento nell’improvvisazione è di supporto e rispecchiamento. Mi sembra di cogliere che per M. non sia semplice convogliare il suo stato d’animo nel canale musicale, ma questo non gli impedisce di provarci. Noto molto impegno da parte sua, come se per compiere ogni gesto avesse bisogno di molta energia e concentrazione. La scelta di utilizzare solo accordi maggiori in modo casuale è stata dettata dalla volontà di creare un’atmosfera atonale e poco definita, dove fosse predominante l’elemento dinamico rispetto a quello armonico o melodico.

L’improvvisazione dura qualche minuto e si sviluppa in un progressivo aumento d’intensità. Poco dopo il culmine del crescendo, M. alza le braccia e smette di suonare. Da una parte sono colpito dalla produzione sonora del paziente, dall’altra percepisco un’interruzione, come qualcosa che viene espresso ma senza trovare una reale conclusione.

Che cosa significa per il paziente evitare di concludere? Può avere un’attinenza con la sua condizione attuale? Si è limitato nell’esplorare la rabbia o ha voluto lasciare un’apertura/speranza rispetto alla fine dell’improvvisazione/vita? La mia sensazione è che M. faccia molta fatica ad affrontare la fine in senso generale. Spesso le nostre sedute si protraggono oltre il limite di tempo stabilito. Durante i suoi discorsi è raro che M. arrivi a una conclusione vera e propria. Il suo parlare si sviluppa saltando da un argomento all’altro, in un flusso continuo che raramente si esaurisce.

In questa improvvisazione credo che M. abbia sperimentato la potenza dell’unione tra suono ed emozione, e che questa sia stata accettata e sviluppata fino a un certo punto, lasciando una sensazione di sospensione che credo rifletta molto bene la sua condizione.

Mi sembra fondamentale sottolineare il fatto che M. abbia deciso di sperimentarsi nell’improvvisazione, dando origine a un atto creativo là dove solitamente il senso di colpa, la rabbia e la solitudine generano isolamento ed esclusione.

Un altro elemento importante di questa esperienza è sicuramente stato l’aver proposto al paziente un’alternativa al suo consueto modo di esprimere se stesso: M. utilizza spesso la parola come difesa, un modo per prendere le distanze dal suo vissuto interiore, per girarci intorno. Questa improvvisazione è stata, al contrario, un forte atto di presenza.

4

Seduta n°7 e n°8

(…) M. dice di aver pensato alla mia proposta di scrivere una canzone insieme. Ci vuole provare. Dice anche di aver individuato l’argomento di cui trattare: un viaggio che ha fatto molti anni fa con degli amici a Barcellona per la finale di Champions League. Io lo invito a cominciare il racconto e mentre lui parla prendo appunti. M. racconta di questo viaggio in pullman verso lo stadio New Camp di Barcellona, di una cena con del buon vino bianco, delle gioia di condividere questo viaggio con persone nuove e delle corse dei bambini vicino alla spiaggia. M. si lascia andare a una riflessione: “Mi è sempre piaciuto il calcio, forse col tempo, se mi fosse piaciuto di più, avrei preso la palla giusta, invece ho preso quella bucata”. Io annoto tutto quello che il paziente dice. Quando conclude il suo racconto c’è un momento di confronto in cui restituisco a M. gli elementi salienti della sua storia. Da questi estrapoliamo insieme i versi della canzone (…).

(…) Prendo la chitarra e basandomi sul reef “rock spagnoleggiante” che abbiamo concordato insieme la seduta precedente, iniziamo a unire testo e musica. M. non sa da che parte cominciare, così io accenno una melodia improvvisata. A M. piace molto e canta con me qualche parola. Introduciamo una variazione armonica e melodica e un cambio di tonalità nella parte del brano che io interpreto come una metafora della sua vita (“Mi piace il calcio e col tempo ho capito che se mi fosse piaciuto di più avrei preso la palla giusta, ma ho preso quella bucata”). Il paziente mi aiuta anche nella costruzione della struttura del brano. Vuole ripetere la prima strofa dopo il cambio di tonalità. Secondo lui è questa la parte più significativa della canzone (“Mi ricordo un viaggio con tre amici in pullman insieme verso lo stadio New Camp di Barcellona…”).

La trasferta di M.

la-    sol     fa    mi

Mi ricordo un viaggio con tre amici

In pullman insieme verso lo stadio New Camp di Barcellona

Mi ricordo il cibo e il buon vino bianco

Dopo mangiato vicino al mare i bambini dicevano “facciamo las carreras”

re-                                             do

mi ricordo la soddisfazione per la vittoria

re-                                                           mi

e per la condivisione di questo viaggio con persone nuove

strumentale la-   sol    fa    mi

la                            fa#-

Mi piace il calcio e col tempo ho capito

sol                                              re                re-

Che se mi fosse piaciuto di più avrei preso la palla giusta

mi

Ma ho preso quella bucata

la-    sol     fa    mi

Mi ricordo un viaggio con tre amici

In pullman insieme verso lo stadio New Camp di Barcelona

re-                             do

Mi ricordo una festa e un segno piacevole

re-                      mi

che rimarrà per tutta la vita

finale         la-          mi   

6

Analisi dei protocolli

Perché proporre a M. un’esperienza di songwriting? I motivi sono sostanzialmente due: il paziente esprime spesso una scarsa autostima e un forte senso d’inconcludenza. Scrivere una canzone mi sembra il miglior modo per convogliare la produzione verbale di M. in un canale creativo. Quando chiedo a M. di comporre un brano insieme a me, la sua prima risposta è: “Non credo di essere in grado”. Così spiego al paziente che non dobbiamo scrivere un’opera lirica o la canzone dell’anno, l’intento è piuttosto quello di creare qualcosa di vero partendo dal suo vissuto.

Dico a M. che può scegliere qualsiasi tematica, può parlare di un’esperienza in particolare, decidere di dire qualcosa a qualcuno, esprimere un’emozione o inventarsi una storia. M. sceglie di raccontarmi un episodio significativo della sua vita, mi parla di questo viaggio a Barcellona per la finale di Champions League. Io prendo appunti cercando di non perdere nessun dettaglio. Al termine della storia leggo al paziente i miei appunti. In un certo senso sto restituendo a M. il suo racconto. Partendo da questo materiale decidiamo insieme come estrapolare i versi della canzone. Optiamo per una forma lirica che si sviluppa dalla locuzione “mi ricordo”. In questo modo possiamo inserire tutti gli avvenimenti della storia di M. sotto forma di rievocazione.

Il confronto con M. nella creazione del testo del brano è assolutamente positivo: il paziente è cooperante e molto disponibile. Accetta i miei suggerimenti e riflette su quale sia il miglior modo di rendere in versi il senso che vuole trasmettere.

Il momento più delicato arriva quando restituisco a M. la riflessione sulla propria vita. Gli chiedo se vuole inserire anche questa parte nella canzone o se preferisce ometterla; mi sento di aggiungere che secondo me è un passaggio importante e se lui ha espresso questo pensiero durante il suo racconto, forse ha un senso. M. decide così di inserire anche questa parte nella canzone. Completiamo la stesura del testo senza grosse difficoltà.

A questo punto chiedo al paziente come si immagina questa canzone e quale tipo di musica vorrebbe a sostegno delle parole che abbiamo scritto. M. dice di voler provare a comporre un “rock spagnoleggiante”. Onestamente non capisco bene che cosa intenda, così gli chiedo di farmi qualche esempio. Anche lui non sa bene come descrivere la musica che ha in mente, così provo a fornire io qualche esempio: decido di partire dalla scala minore armonica di la, che di per sé ha un sapore spagnoleggiante. Chiedo al paziente se immagina un ritmo sostenuto o calmo. M. preferisce un ritmo sostenuto, andante. A questo punto improvviso un giro armonico discendente alla chitarra : la-, sol, fa, mi. Decido di utilizzare la nota sol# solo nell’accordo di mi maggiore e costruire il resto dell’armonia partendo dalla scala minore naturale di la.

Cerco di dare ritmicità a questo reef inserendo un elemento percussivo con la mano destra, aprendo il palmo e bloccando la vibrazione delle corde, come a riprodurre il suono della frusta sul rullante. M. sembra gradire e così manteniamo il giro armonico. Poiché il paziente non ha nessuna idea su come inserire il testo, provo a improvvisare una melodia sul reef appena trovato. Anche in questo caso il paziente accetta la mia proposta musicale, così proseguiamo provando a inserire i versi che abbiamo scritto. Le parole trovano il loro spazio nel giro armonico; inseriamo un cambio di accordi (re-, do, re-, mi) per diversificare l’andamento della canzone, per poi arrivare alla parte del testo che esprime la riflessione di M. sulla propria vita. A questo punto chiedo al paziente se ha voglia di caratterizzare questa parte del testo utilizzando un cambio armonico, melodico o ritmico. Insieme optiamo per una variazione che includa tutti questi aspetti. Il pattern ritmico si interrompe per lasciare spazio ad accordi con ampio respiro, l’armonia passa dalla tonalità di la minore a quella di la maggiore e la melodia segue il cambio armonico. Si potrebbe interpretare questo passaggio come un momento intimo e speciale: la riflessione del paziente sulla sua vita che spezza l’andamento ritmico della sua esistenza. Questa parentesi si conclude armonicamente su un mi maggiore che diventa a questo punto il quinto grado di la minore, di modo che il brano possa ritornare alla sua tonalità d’impianto. Dopo questo cambio, oltre alla tonalità, si ristabiliscono ritmicità e frasi melodiche proprie della prima parte della canzone, mentre il testo esprime l’importanza di aver vissuto un’esperienza simile e come questa rimarrà per sempre un segno indelebile nella vita del paziente.

Mi ha stupito come il lavoro compositivo sia proceduto in modo semplice e naturale: M. ha accolto le mie proposte in modo attivo e partecipe. L’idea di ripetere il primo verso della canzone dopo il cambio di tonalità è stata sua, come a sottolineare quella che per lui fosse l’anima del brano, ossia l’esperienza di un viaggio con i suoi amici.

La seduta n° 10 è stata dedicata alla videoregistrazione di questa canzone: io ho la chitarra in mano e sono seduto alla sinistra di M. mentre lui, allettato, ha un tamburello a cornice. Il testo del brano è scritto su un foglio appoggiato sulle gambe del paziente. Insieme leggiamo e cantiamo, mentre io suono la chitarra e M. il tamburello a cornice.

Al termine di questo lavoro di songwriting ho chiesto a M. che cosa ne pensasse: lui mi ha risposto che non credeva di poter scrivere una canzone e che è molto felice di esserci riuscito. Inoltre è ancora più felice perché il video che abbiamo registrato – avendo lui firmato una delibera – potrebbe essere di supporto ad altre persone che versano in condizioni simili alle sue. Questa è stata la mia prima esperienza di composizione di un brano con un paziente e come scrive M. nell’ultimo verso della sua canzone, questo è per me un segno “che rimarrà per tutta la vita”.

Per sentire e vedere il lavoro di Songwriting elaborato da M. clicca qui.

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