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Un giro della chiave arrugginita dagli anni e un sordo trac. La vecchia porta della casa si apre. Il giovane uomo spinge l’uscio ed entra.

 

Si accorge di essere in punta di piedi. E’ il timore di rompere l’ovattata atmosfera che riempie lo spazio, quello spazio che lo vide bambino, poi ragazzo e via via fino al militare.

 

Lo sguardo corre su e giù lungo le pareti come un faro senza guida. Il giovane si fa
piccolo.

 

L’infanzia è scandita dalla quotidianità di una vita fatta di cose semplici ma autentiche; i ricordi saltano di qua e di là come una pallina da tennis: la polenta che cuoce nel camino, le corse in bicicletta, la pesca giù al fiume o nel “ Recchio ” alla ricerca di gamberi… esperienze di ragazzini che albergano nel passato, ma non scompaiono perché nel greto del fiume sedimentano e rimangono sopite per anni, ma sono lì e quando ci si mette in ascolto, riemergono con grande vivacità.
Toh, guarda la stufa a legna. I tubi, che portavano via i fumi della “gasìa” che bruciava, si alzano fin quasi al soffitto e attraversano la stanza: erano come dei caloriferi pensili nei rigidi inverni di quei tempi. Agganciata ad uno di essi una raggiera di aste per stendere piccola biancheria al caldo della stufa.
Appoggiato ad una parete c’è il divano della nonna. La nonna, maestra elementare, si batteva giorno dopo giorno contro la cecità che la insidiava, con una forza che le veniva da non si sa dove. Lei sicuramente lo sapeva. Vestiva sempre di nero con certi tocchi di eleganza, elementi di distinzione, con quel poco che la situazione post-bellica permetteva. Parlava da gran signora, non solo per l’impiego dei sostantivi e dei verbi ma nell’appoggiare al discorso virgole e punti con vigorosa chiarezza. Il giovane ricorda la sua voce, le mani bianche e nervose, i grandi occhi grigi che non parevano spenti. Più in là coperto dalla polvere, l’Hooff & Co. – Berlin, pianoforte verticale croce e delizia di papà Emilio.
Poi lo sguardo corre alla finestra che si apre sul cortile e attraverso i vetri ricamati dalla leggera pioggerella che batte e intravvede sul davanzale due bottigliette dimenticate: allunga lo sguardo, pulisce con le dita un leggero velo di appannatura: Olio di Fegato di merluzzo sull’una ed Emulsione Scott sull’altra. Al giovane riassale un vecchio senso di nausea, brr… quei prodotti lo avevano perseguitato per lungo tempo nell’infanzia.
Il faro della curiosità prosegue nella sua corsa lungo il perimetro di quel locale che fu cucina, stanza di pranzo e cena, di giochi dei bambini e di chiacchiere la sera intorno al tavolo.
Poco in disparte sulla vecchia madia campagnola intravvede un oggetto: è una racchetta da tennis: un sobbalzo di stupore, di felicità e in gola gli si strozza un urlo – l’ho ritrovata, Beppe!-.
Beppe, fraterno amico, era nato ad Addis Abeba. Arrivò al paese dall’Africa con sua madre tenendo stretto fra le braccia incrociate sul petto giorno e notte quell’articolo di legno svirgolato dall’umidità, a tratti sverniciato, con un manico senza alcun rivestimento e con qualche corda qua e là sfilacciata. Ma che importanza rivestiva quell’oggetto per noi! A quei tempi per ragazzi di campagna il gioco del tennis era visibile solo attraverso fotografie in bianco e nero su qualche pagina di quotidiano. L’area di gioco era la strada.
La strada di campagna era ghiaiosa con tanta polvere e resa così perché percorsa soprattutto prima del levare del sole dagli “scariolanti”. I vecchi raccontavano che gli scariolanti altri non erano che contadini e braccianti con facce grinzose, piene di rughe per il sole e marron come terra vecchia, che trasportavano con cariole a cavalli sabbia e sassi scavati nel fiume.
Quando Beppe usciva di casa con la racchetta ben stretta in mano, i ragazzi del caseggiato conosciuti come “la banda dal tetoio”, si raccoglievano intorno a lui per iniziare la conta e stabilire una graduatoria tra coloro che avrebbero avuto il piacere di impugnare l’attrezzo “africano”, naturalmente dopo Beppe. La rete non era altro che una corda fatta di tanti piccoli pezzi legati tra di loro, tirata dalla casa ad una pianta al di là della strada. La pallina, anch’essa di provenienza etiopica ed unica esistente, era certamente da tennis, un po’ sgonfia e senza pelo, ma non importava nulla come non importava nulla quando per la strada doveva passare
un carretto, una bicicletta e raramente un’auto -staca la corda- urlava Beppe e di corsa uno dei ragazzi correva al capo della “corda-rete”, lasciarla cadere a terra per agevolare così il passaggio degli ”intrusi” – “tira su la rete” -.
Per alcuni anni la racchetta di Addis Abeba aveva allietato per ore e ore i ragazzi del ”tetoio”, finché un giorno Beppe venne dal giovane uomo e gli disse – Maurizio, parto e vado a suonare in giro per il mondo con un complesso, ti ho portato la nostra racchetta, conservala è parte di noi due, della nostra vita -.
Alcuni giorni fa, dopo anni e anni, Beppe è rientrato dal suo girovagare per il mondo. Sul tavolo della Locanda Gatto Gambarone, dove ci avvolgeva il profumo del mosto che arrivava dall’esterno e della “torta fritta” che friggeva nello strutto in cucina, la vecchia racchetta di Addis Abeba era lì, adagiata sul tavolo e padrona di parte della nostra vita. Di qua io, di là Beppe e un bicchiere di “malvasia” spumeggiante delle colline di Costamezzana, fresca di cantina.

 

Maurizio

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