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“OSCAR E LA DAMA ROSA” di Eric-Emmanuel Schmitt, edizioni e/o, Pagine 115, Euro 9,90.

 

Eric-Emmanuel Schimitt, nato nel 1960, è un drammaturgo, scrittore e saggista francese di origini franco-irlandesi i cui principali interessi sono la musica e la filosofia. I suoi lavori, pubblicati a partire dal 1991, hanno come tema portante l’indagine su quanto siano complessi, e per nulla scontati, i rapporti nella vita privata. L’autore, dati anche i suoi studi, dà spesso un taglio filosofico, talvolta religioso, ai suoi lavori ma ciò che più balza all’occhio è il lato introspettivo, psicologico delle vicende e dei personaggi.

 

Mi è stato consigliato di leggere “Oscar e la dama rosa” da un’infermiera che opera presso l’Unità di Cure palliative dell’Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo, entusiasta della grazia e profondità  di questo piccolo romanzo di poco più di cento pagine.

Ho seguito il suo consiglio e anch’io, come lei,  sono stata colpita da queste pagine che, pur trattando un tema doloroso come quello dei bambini malati terminali, lo fanno con una scrittura delicata, con personaggi indimenticabili e una trama  piena di  magia e giocosità.

Pubblicato nel 2002 ed uscito in Italia l’anno seguente, il libro costituisce la terza parte del “Ciclo dell’invisibile” sulle tre grandi religioni monoteiste, il più noto dei quali è “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”.

La trama

Il romanzo racconta gli ultimi giorni di vita di Oscar, bambino di dieci anni malato di cancro, attraverso le lettere che il piccolo scrive a Dio ogni giorno.

Oscar, soprannominato  Testa Pelata per via del cranio completamente calvo a causa delle cure per il cancro a cui si sottopone, trascorre il suo tempo in ospedale, in un reparto riservato ai bambini con malattie gravi, i suoi unici amici. Soffre, sa che cure e trapianti non hanno avuto buon esito, sa che presto  morirà. In questa situazione di grande tristezza irrompe Nonna Rose, una “dama rosa”, come vengono chiamate le volontarie che prestano assistenza ai degenti, per via, appunto, del camice rosa che indossano. Durante le quotidiane visite l’anziana signora, l’unica ad intuire la voglia di risposte del bambino e che arriva ad inventarsi un passato personale di lottatrice di wrestling per farlo divertire, stringe con  Oscar un formidabile legame d’affetto e lo invita a fare un gioco: fingere che ogni giorno duri dieci anni e scrivere ogni giorno una lettera a Dio in cui raccontare le avventure e le esperienze della sua nuova vita all’acceleratore.

Oscar accetta. Seguono dodici lettere, una per ognuno dei giorni in cui si concentrerà la sua vita.  Il racconto, diverso a seconda della fase di età in cui Oscar si immagina di vivere (a vent’anni, a quaranta, a novanta) è un’epopea rutilante di avvenimenti, quelli che il bambino non avrà tempo di vivere, e di desideri esauditi (tra questi l’innamoramento, il fidanzamento e il matrimonio con Peggy Blue, una bambina ricoverata nel suo stesso Ospedale) che non avrà il tempo di desiderare. Ma il racconto è anche una possibilità per Oscar di esprimere le proprie paure e i problemi che ha nei  rapporti con i  genitori, i medici e gli infermieri, incapaci di affrontare con lui  l’idea della sua morte imminente.

A centodieci anni, dieci giorni dopo l’inizio del gioco, Oscar si addormenta lasciando un biglietto sul comodino: “Solo Dio è autorizzato a svegliarmi”. 1)

Commento

Nel raccontare  la storia di Oscar, Eric- Emmanuel Schmitt sceglie come interlocutore del bambino Dio, colui che renderà possibile il miracolo di una lunga vita immaginata e l’unico a cui verrà riconosciuto il diritto di svegliarlo con “una visita in spirito” quando, a 110 anni e sazio di anni, se ne andrà.

Questa scelta, sicuramente dettata dalla fede dell’autore, può risultare estranea a chi, come me, ha una visione non religiosa della vita; altre tuttavia sono le chiavi di lettura a cui affidarsi per capire questo piccolo libro. Nelle sue pagine non di fede si tratta ma della malattia, della paura della morte e della sua irrimediabilità, dell’amore che ci fa realizzare che per accompagnare coloro che se ne vanno bisogna fare attenzione ai loro bisogni, non ultimo quello della chiarezza e di sentirsi integri e accettati fino alla fine, anche se cambiati  e deturpati.

Mi farebbe piacere analizzare con voi questi temi ricorrendo alle parole stesse di Oscar; un assaggio  delle emozioni e degli spunti che il libro può offrire.

In primo luogo la morte e la paura di questo evento, paura generalizzata che colpisce tutti, indipendentemente dal  ruolo ricoperto e dal grado di coinvolgimento con il bambino protagonista del romanzo.

Oscar è consapevole della sua morte, sa bene che la sua vita sta per spegnersi ma è l’unico a non avere paura.  Quando passa per i corridoi dell’ospedale le infermiere lo guardano con lo sguardo triste; sua madre ha paura di salutarlo; i dottori hanno perso ogni speranza. Nessuno però nell’ospedale, si lamenta Oscar, ha coraggio di dirgli quello che succede per non spaventarlo, anche se ad essere spaventati sono loro. L’unica persona sincera con Oscar è Nonna Rose.

“L’ospedale è una goduria se sei un malato che fa piacere curare. Io non sono più un malato piacevole. Da quando ho avuto il trapianto di midollo osseo, mi accorgo che non è più un piacere curarmi.  La mattina il dottor Düsseldorf ha l’aria scoraggiata quando mi visita. Mi guarda deluso, come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. Eppure ce l’ho messa tutta, sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho sentito dolore  senza urlare, ho preso tutte le medicine. (…). Più il dottor Düsseldorf sta zitto e mi guarda con faccia desolata, più mi sento in colpa. Ho capito di essere diventato un cattivo malato, uno di quei malati per colpa dei quali non si può credere che la medicina sia fantastica” 2)

La paura attanaglia anche i genitori di Oscar che, per apparire forti, negano  la verità ottenendo l’effetto contrario. Il bambino arriva a definirli vigliacchi.

“Poi il dottor Düsseldorf ha detto: “Volete salutarlo?” “Non ne ho il coraggio” ha mormorato mia madre. “Non deve vederci in questo stato” ha aggiunto mio padre.
Allora mi sono reso conto che i miei genitori sono due vigliacchi. Peggio, dei vigliacchi che mi considerano un vigliacco!” 3)

Più i genitori si ostinano a non parlare con il bambino della sua malattia, più lui ne percepisce la paura  e arriva a pensare che non lo amino più, anzi che sono terrorizzati da lui.
Cos’è che non ti piace di loro?” “Hanno paura di me. Non osano parlarmi. E meno osano, più ho l’impressione di essere un mostro. Perché li terrorizzo? Sono così brutto? Puzzo? Sono diventato demente senza rendermene conto?” “Non hanno paura di te, hanno paura della tua malattia” “La mia malattia fa parte di me. Non devono comportarsi in maniera diversa perché sono malato. Forse riescono a voler bene solo a un Oscar in buona salute.” “Ti vogliono bene Oscar. L’hanno detto a me”. 4)

Ma solo quando i genitori di Oscar accetteranno la sua malattia e la sua morte e ne parleranno con lui potranno veramente dimostrare di amarlo.

Buona lettura.

 

1) pag. 111

2) pagg. 10-11

2) pag. 27

4) pagg. 86-87

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